Vangeli apocrifi: cosa sono e qual è il loro significato - Auralcrave (2023)

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un aumento esponenziale dell’interesse per i testi non ufficiali, se poi si aggiunge che l’aggettivo “apocrifo” (dal greco traducibile in “occulto”) richiama echi non ben identificati e suggestivi di esoterismo e di mistero, si apre una strada inesplorata verso la più fervida ed improvvida immaginazione. Non vi è dubbio che le teorie cospiratorie esercitino sempre un certo fascino, anche quando non siano suffragate da elementi certi di carattere storiografico o scientifico, mentre informazioni del tutto infondate o pseudo-culturali abbondano in maniera abnorme nell’era della comunicazione digitale, molto spesso non supportate da adeguati discernimenti epistemologici.

Cosa sono i Vangeli apocrifi

In linea generale, coloro che si sono interessati ai cosiddetti “vangeli apocrifi” hanno sempre cercato di intravedere in essi “un’antica conoscenza”, magari tenuta segreta dalla Chiesa Cattolica, affinchè fosse esclusa la verità sulla vita di Gesù Cristo, oppure perché si potessero mettere in discussione gli stessi elementi principali dell’ortodossia dottrinale, così come conservati dalla tradizione. E quest’ultima considerazione può ritenersi in parte veritiera, alla luce del fatto che la scelta dei vangeli canonici ebbe un intento soprattutto di carattere politico e di ordine sociale, per garantire l’unità dell’ormai decadente impero romano, i cui ideali apparivano in grave crisi con il progressivo dilagare del movimento cristiano. Il tentativo di armonizzare l’unità dottrinale con quella politica dell’impero, si rivelò, tuttavia, del tutto fallimentare o quanto meno avente risultati effimeri.

Seguendo queste valutazioni di premessa, gli argomenti trattati nei “vangeli apocrifi” sono stati colpiti a lungo, nel corso della storia, da molteplici interpretazioni mitizzanti e che ne hanno agevolato i pregiudizi, fino al punto che alcune testate giornalistiche hanno confuso l’identità dei manoscritti ritrovati a Qumran, per la maggior parte elaborati dalla setta ebraica degli Esseni, con gli stessi testi sulla vita di Gesù, conosciuti come “apocrifi”. Di conseguenza, anche una scadente letteratura successiva, con l’intento di impressionare i lettori con la notizia del ritrovamento di particolari frammenti letterari misteriosi o addirittura rivoluzionari, ha lasciato credere che fossero stati reperiti nuovi importanti elementi sull’esistenza terrena del Maestro di Galilea.

Alcuni interpreti arrivano perfino ad affermare che il Concilio di Nicea del 325 che, secondo la tradizione, fissò i vangeli canonici in Marco, Matteo, Luca e Giovanni, abbia sottratto alcuni scritti sulla reincarnazione, presenti nel messaggio di Gesù, per rendere la dottrina cristiana ortodossa coerente con l’ideologia filosofico-politica del tardo impero romano. In realtà, nell’esperienza di fede giudaico-cristiana mancano del tutto riferimenti espliciti alla reincarnazione e la verità più accettabile, dal punto di vista storico e sotto il profilo logico, è che i partecipanti al Concilio di Nicea non abbiano operato una vera e propria scelta dei vangeli da considerare canonici, limitandosi, invece, a confermare quanto già era stato interiorizzato dalle costituende comunità cristiane dei primi tre secoli, come fonti sicure e certe di “rivelazione” divina.

Ad associare la denominazione di “apocrifo” ai Vangeli che non seguivano il pensiero teologico delle prime comunità cristiane, furono gli stessi autori, attribuendo a tale aggettivo non il significato di “nascosto”, ma piuttosto la valenza di “segreto”, nel senso di “esoterico”, cioè riservato alla comprensione di una ristretta cerchia di iniziati. Nel linguaggio popolare dei secoli successivi, invece, l’aggettivo “apocrifo” associato ai resoconti non canonici della vita di Gesù, ha assunto il significato dispregiativo di “non ispirato” o, ancora peggio, di “falso”. Le nuove ricerche storiografiche, unitamente alla ormai consolidata teoria dei “generi letterari”, hanno fatto ulteriore chiarezza sui vangeli canonici, composti in lingua greca nel I secolo d.C., in un periodo successivo alle lettere di Paolo di Tarso (è considerato il testo più antico del Nuovo Testamento la prima lettera ai Tessalonicesi). I quattro vangeli canonici sono, comunque, tuttora ritenuti di diretta derivazione apostolica, anche se di carattere pseudo-epigrafico, nel senso che la relativa paternità è stata attribuita all’apostolo o al personaggio carismatico individuato come l’ispiratore di un particolare filone teologico.

Per le peculiari modalità di composizione e di espressione, la maggior parte dei vangeli apocrifi è indicata come appartenente alla dimensione “gnostica”, trattandosi di testi scritti in epoca notevolmente successiva rispetto a quelli accreditati come canonici. Si stima che i testi apocrifi furono redatti, per la maggior parte, tra il secondo ed il quinto secolo dell’era cristiana, ed ispirati a personaggi o ad apostoli che gravitavano intorno all’operato di Gesù di Nazaret ma che, nella realtà dei fatti, non hanno nulla in comune con questi. A tal proposito, si possono citare le composizioni letterarie, note come “vangelo di Tommaso”, “di Pietro”, “di Maria Maddalena”, “di Giacomo”, “di Filippo”, “di Andrea”, “di Barnaba”, “di Giuda” et cetera. Ciò significa che il vero autore di un “apocrifo” decideva di comporre per illustrare la propria dottrina con il nome di un personaggio vissuto molto tempo prima, ma dal quale traeva una certa ispirazione spirituale ed autorevolezza di pensiero. Questi testi furono subito guardati con sospetto dalle comunità cristiane ed apertamente rifiutati, in quanto contenevano impostazioni teologiche ed informazioni in contrasto con i fatti narrati nei vangeli considerati canonici e, soprattutto, per il fatto che mancavano del tutto di coerenza narrativa.

Negli scritti “apocrifi” si nota un’abbondanza di elementi sull’infanzia e sulla giovinezza di Gesù, di sua madre e di Giuseppe, nonché si riscontrano numerose visioni ed apparizioni che risentono in maniera sorprendente degli influssi del pensiero neoplatonico e dei miti dell’antico Egitto. I vangeli canonici, al contrario, tacciono su gran parte della vita di Gesù, in quanto il principale scopo degli autori non era quello di ricostruire una biografia del Maestro, ma di elaborare una versione teologica del messaggio del Salvatore. Nei vangeli canonici tutto ruota intorno al racconto della morte e della resurrezione, mentre il resto della narrazione rappresenta una mera cornice narrativa che deve condurre verso il fulcro della missione di Gesù Cristo. Anche la stessa invenzione della nascita in un’umile capanna, la cui ricorrenza sarà fissata dalla Chiesa il 25 dicembre, per sostituire la festa pagana del “Sol invictus”, costituisce una probabile aggiunta successiva da parte dei redattori, per rendere il racconto maggiormente armonico e completo.

Il loro significato

I testi dei “vangeli apocrifi”, pur essendo estranei alla tradizione dell’ortodossia cristiana, sono tuttavia oggetto di studio da parte degli storici della religione e di altre discipline sociologiche ed antropologiche, presentando utilissimi spunti per distinguere alcuni aspetti dello gnosticismo antico, nonché della letteratura apocalittica ebraica non canonica, della filosofia pitagorica e di altri ambiti esoterici suggestivi ed ancora poco esplorati. Alcuni di questi scritti, infatti, contengono elementi sincretici delle più diffuse culture nel bacino del Mar Mediterraneo. Non bisogna, poi, trascurare come numerosi aspetti iconografici che presentano l’arte e la devozione religiosa popolare derivino proprio dai testi apocrifi. In tal senso, si pensi, ad esempio, ai tre re Magi, identificati nel linguaggio collettivo, in Melchiorre, Gaspare e Baldassarre, mentre nei vangeli canonici troviamo semplicemente l’espressione “oi magoi”, traducibile dal greco in “alcuni Magi”.

In linea generale, per sfatare il mito dell’alone di mistero che avvolge l’essenza dei vangeli apocrifi, è necessario ricordare che essi sono reperibili con estrema facilità. Non si tratta affatto di “testi nascosti”, in quanto possono essere acquistati nelle principali librerie e molte copie originali sono custodite in vari Musei autorizzati. Tra questi, uno dei più conosciuti, il Vangelo di Tommaso, risalente alla seconda metà del II secolo e ritrovato nel 1945, si trova presso il Museo del Cairo. Quest’ultimo, in particolare, è un chiaro esempio di “vangelo gnostico”, non trattando direttamente della vita di Gesù, ma riassumendone presunti detti, secondo una numerazione variabile proposta dagli studiosi contemporanei. Il testo, pur risalendo al secolo precedente, ci è stato tramandato tramite un codice, conosciuto come “legatura copta”, risalente al 340 d.C.. Per secoli, tuttavia, alcuni detti presenti nel vangelo intitolato a Tommaso sono stati citati negli scritti degli antichi Padri della Chiesa, come ad esempio Ippolito di Roma, Origene o Clemente Alessandrino. A differenza dei vangeli sinottici (Marco, Matteo e Luca) ed, in special modo in contrasto con quello di Giovanni, dove la dottrina della resurrezione dei corpi è illustrata in maniera esplicita, nel vangelo di Tommaso traspare la credenza in una possibile resurrezione soltanto spirituale, evidenziando un comun denominatore di fondo con lo gnosticismo ed il neoplatonismo.

E’ stato detto che forse il messaggio racchiuso nei diversi testi apocrifi ancora deve essere decifrato e, di conseguenza, svelato e che potrebbe nascondere un sapere non convenzionale che, come detto in precedenza, si ispira alla corrente di pensiero filosofica e teologica definita “gnostica”. I teologi cristiani hanno sempre rifiutato di parlare di “gnosticismo cristiano”, poichè, a loro dire, si potrebbe incorrere in un’evidente ed inconciliabile contraddizione: Cristianesimo e Gnosticismo sarebbero del tutto incompatibili e si escluderebbero a vicenda. Ma dobbiamo prendere questa affermazione come oro colato? Uno dei più grandi studiosi dei rapporti tra Cristianesimo e Gnosticismo è stato Harnack che, forse con troppo ottimismo, riteneva di aver risolto il problema, considerando lo Gnosticismo come una forma estrema di “ellenizzazione” del Cristianesimo. La problematica principale, tuttavia, rimane quella di carattere dogmatico, in quanto alcune lettere paoline sembrerebbero anticipare alcuni temi poi sviluppati dalla corrente gnostica. A ciò si aggiunge il fatto che autori del calibro di Lietzmann e di Loivy ritenevano di ispirazione gnostica anche gran parte del vangelo di Giovanni, che avrebbe aggiunto alla costituenda dottrina cristiana il “mito soteriologico” di Gesù Cristo, sullo sfondo di un racconto di origine cosmogonica, ovvero quello della caduta dell’uomo celeste verso la prigionia della materia.

La visione gnostica, che traspare in numerosi “vangeli apocrifi”, è comunque svincolata da qualsiasi continuità storica, ma risulta decisamente affascinante ed, in qualche modo, tendente a risolvere le notevoli contraddizioni tra il dio sanguinario e vendicativo dell’Antico Testamento ed il Dio buono e misericordioso presente nel Nuovo. Tratteggiando in estrema sintesi i lineamenti della credenza gnostica, emergerebbe che, a fini soteriologici, il Dio buono, l’Eone perfetto ed eterno, estraneo al mondo, interviene per liberare l’uomo oppresso dalla materia ed indirizzarlo verso una conoscenza ed una compiuta ascesa spirituale. La divinità protagonista dell’Antico Testamento, invece, corrisponderebbe al Demiurgo, il creatore del mondo materiale, colui che la tradizione cristiana identifica con Satana che, in buona sostanza, vorrebbe tenere l’umanità legata ai valori terreni e materiali. Ad avvalorare questa ipotesi, vi sarebbero le stesse parole di Gesù che definisce il diavolo, quale “il principe di questo mondo” (cfr. Gv, 12,31 e Gv 14,30).

Lo gnosticismo riteneva che l’essere umano, nella sua natura più autentica e profonda, fosse simile a Dio. Seguendo tale ragionamento, nell’umanità sarebbe presente una scintilla della luce celeste imprigionata in un corpo materiale che, purtroppo, in questo mondo, rimarrebbe prigioniera del Demiurgo e delle sue potenze. Soltanto la costante pratica della “gnosi” con trasporto e serietà potrebbe liberare l’uomo dal giogo diabolico ed infondergli la reale coscienza della sua vera natura e della sua origine celeste.

Alcuni autori hanno voluto rivendicare l’autonomia e l’originalità del pensiero gnostico che non presenterebbe alcuna dipendenza certa dal cristianesimo, sostenendo che anzi i presupposti della sua dottrina sarebbero ad esso antecedenti, come filosofia di salvezza che afferma la necessità della venuta di un salvatore in grado di intervenire direttamente nella dinamica della storia dell’umanità.

Tale pensiero affonderebbe radici nella cultura ellenistica che avrebbe ugualmente influenzato le speculazioni cristiane sulla pre-esistenza di Cristo, come “logos” eterno. Il prologo del vangelo di Giovanni, un vero e proprio “inno al logos”, ne sarebbe l’espressione filosofico-teologica più completa ed aulica. E’ necessario aggiungere che determinate posizioni gnostiche, individuabili in alcuni passi dei vangeli apocrifi, sono state riprese, al giorno d’oggi, da numerosi gruppi pseudo-esoterici del variegato panorama “New Age” e perfino da alcuni movimenti che si auto-definiscono di “satanismo spirituale”. Questi gruppi, in maniera però del tutto diversa dalla corretta interpretazione dell’originale pensiero antico gnostico, fanno leva sulla credenza che l’uomo possieda dentro di sé la scintilla divina e, grazie ad un impegnativo percorso iniziatico, da intraprendere mediante un rapporto privilegiato e personale con la divinità, possa raggiungere i più alti gradi di perfezione spirituale. La verità potrebbe essere molto diversa da quella presentata nel primo libro dell’Antico Testamento biblico, la Genesi, o meglio così come interpretata dalla tradizione giudaico-cristiana. Si pensi agli “gnostici ofiti” che veneravano il serpente. Secondo gli Ofiti, Sophia (la sapienza) si tramutò in serpente per indurre l’umanità a nutrirsi del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male proibito dal Demiurgo, affinché la stessa umanità potesse aprirsi alla “gnosi” di cui necessitava per superare gli inganni della materia. Si tratta, come risulta evidente, di una versione diversa, opposta a quella tradizionale, del racconto della tentazione di Eva.

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Author: Patricia Veum II

Last Updated: 05/13/2023

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